In questa tavola, Coco Chanel non appare come semplice personaggio storico o icona della moda: appare come figura di culto. E proprio qui sta la forza dell’opera. Filippo Riniolo non “ritrae” Chanel: la canonizza criticamente.
La scelta della tempera all’uovo e della foglia oro 24 carati non è un vezzo tecnico né una citazione decorativa: è una presa di posizione. L’artista adotta il lessico materiale dell’icona bizantina per trasferirlo sul corpo simbolico della modernità occidentale, mostrando come il sacro non sia scomparso, ma si sia spostato. Oggi non veneriamo più soltanto santi e martiri: veneriamo marchi, posture, stili di vita, miti mediatici.
L’immagine è costruita con una precisione quasi liturgica: il fondo oro, il nimbo rosso, la frontalità composta, la sospensione del tempo. Ma al centro, invece del volto, c’è un’assenza. Questo volto cancellato è decisivo: Chanel diventa archetipo, non individuo. Non psicologia, ma funzione. Non persona, ma dispositivo simbolico. È la forma pura dell’“icona” contemporanea: qualcosa che tutti riconoscono, ma che nessuno possiede davvero.
L’opera è straordinariamente sottile perché non cade mai nella caricatura. Riniolo non banalizza il lusso, non demonizza l’eleganza, non fa satira facile. Fa qualcosa di più interessante e più duro: mostra il meccanismo della venerazione. La giacca bianca profilata di nero, le perle, il cappello, la sigaretta – ogni elemento è segno, codice, reliquia di una religione laica fondata su distinzione, desiderio, prestigio, imitazione.
E poi c’è quel dettaglio cruciale: la sigaretta. Nell’economia visiva dell’opera, il fumo richiama immediatamente l’incenso. È qui che il titolo della serie (Dell’eroina e dell’incenso) trova una delle sue formulazioni più acute: il confine tra rito e dipendenza, tra estasi e consumo, tra elevazione e assuefazione, diventa ambiguo. Il gesto mondano si trasfigura in gesto sacrale. L’icona non giudica: espone. E proprio per questo obbliga chi guarda a prendere posizione.
Sul piano filosofico, l’opera agisce come un’archeologia del presente. Riniolo lavora sulla lunga durata dell’immagine occidentale, mettendo in tensione la tradizione iconica cristiana con la cultura contemporanea della visibilità e dell’ostentazione. Nella sua ricerca, il problema non è soltanto “che cosa rappresentiamo”, ma che cosa decidiamo di venerare attraverso le immagini. È una domanda politica, prima ancora che estetica.
In questo senso, la Coco Chanel di Riniolo è un’opera molto più radicale di quanto sembri a un primo sguardo: non celebra un mito del Novecento, ma ne mette in scena la persistenza dentro il capitalismo simbolico di oggi. Il fondo oro non glorifica Chanel: illumina il nostro sguardo, e insieme lo mette sotto accusa. Ci ricorda che ogni epoca costruisce i propri altari — e che il problema non è averne, ma non accorgersi più di inginocchiarsi.
25 Febbraio 2026
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